La legatura delle vigne. Storia di una pratica che sta scomparendo

La legatura delle vigne. Storia di una pratica che sta scomparendo

C’era una volta la campagna, le sere d’autunno, le tradizioni che uniscono il lavoro della terra alla vita delle famiglie. Monteforte d’Alpone, anni Cinquanta-Sessanta del Novecento. Chi era bambino a quel tempo si ricorda che dopo la vendemmia e la potatura si doveva procedere alla legatura delle vigne.

A novembre i contadini raccoglievano i rami rossi dei salici (i cosiddetti stropari) piantati lungo i fossi di drenaggio e la sera, dopo cena, ci si sedeva in casa e si faceva una cernita: da una parte la stropa, il corpo centrale del ramo, grosso e flessibile, dall’altra i stropeini, i rametti sottili che partivano dalla stropa. Successivamente si andava nel vigneto e si usavano i stropeini per legare i tralci della vite ai fili di ferro, mentre la stropa veniva impiegata per legare il fusto. La vite infatti è una pianta rampicante, e se non viene addomesticata cresce storta.

Come funziona la legatura?

Chi c’era allora si ricorda dei fasci di rametti legati alla cinta e della tecnica impiegata per la legatura dei tralci, per fare un nodo difficile da sciogliere. Tuttavia poteva accadere che la tirela (il tralcio appunto) si slegasse dal ferro, per esempio a causa di eventi atmosferici come temporali e vento. Come procurarsi allora dei nuovi stropeini, che non si potevano più raccogliere, essendo fuori stagione? Non bastava semplicemente metterne da parte un po’, perché il salice è flessibile e duttile, ma poi si secca e perde consistenza, diventando legnoso. Per risolvere questo problema gli esperti contadini avevano imparato a sfruttare le vasche per raccogliere l’acqua piovana: ogni vigna ne aveva una per immagazzinare l’acqua necessaria ai trattamenti estivi dei vigneti. Mettendo i stropeleti nella vasca si evitava che si seccassero, rimanendo flessibili. Dopo la legatura la vigna era pronta per germogliamento e produzione.

I salici erano presenti solo nei vigneti di pianura, perché hanno bisogno di acqua. Chi aveva le vigne in collina doveva allora scendere nelle zone in cui c’era una maggiore concentrazione di queste piante, oppure era costretto a comprare i rametti. Una famiglia viveva con un campo di vigna di pianura e due in collina (nella campagna intorno a Soave il campo è l’unità di misura della vigna e corrisponde a circa 3mila metri quadrati).

Oggi la legatura avviene con legatrici a batteria elettrica che rilasciano un filo di ferro avvolto da carta o plastica. Un sistema più veloce, ma che lascia sul terreno materiali estranei. Il sogno di tornare all’agricoltura praticata dai nostri nonni forse non si potrà realizzare al 100%, ma un buon punto di partenza è senz’altro non dimenticare le pratiche quotidiane e mantenere vivo nelle nuove generazioni il ricordo delle antiche tradizioni.